normal_Japanese Garden, Royal Roads University, British Columbia

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Tolti tanti altri discorsi che abbiamo già fatto e che faremo a riguardo dell’argomento università, scuola, istruzione, oggi voglio concentrarmi su un aspetto della didattica universitaria di non poco conto, in senso negativo.

Premattiamo, ci riferiamo in questo caso comunque all’università italiana, che io, come altre persone frequentiamo o abbiamo frequentato.

Si sa, l’università non è la scuola e in generale vi sono più persone e meno coinvolgimento, rapporto col professore.
Il problema, sta proprio per l’appunto nel coinvolgimento, nell’interesse.
Va bene, da sempre ci sono argomenti, materie, che ad alcuni interessano di più e ad altri meno, per svariati argomenti.
Ma in generale si deve imparare qualcosa per poi comunque in qualche modo applicarlo, per creare si una mentalità, ma anche un relativo mestiere.

Usualmente invece si vive, quasi nella totalità dei casi, nell’idea che gli esami si preparano come se fossero soltanto una spina da riuscire a togliere.
Spina dopo spina, arriverai in fondo, avrai il pezzo di carta, potrai vantartene ed eventualmente, sperare di avere un lavoro grazie al quale vivrai più ricco degli altri.
Non tutti son così, almeno per mia esperienza e spesso, guarda caso, sono i più capaci, i più interessati, che nonostante il metodo, hanno talmente tanta passione dentro, che il coinvolgimento che non c’è se lo creano praticamente da soli.

Ma gli altri?
Gli altri finiscono in generale ed in media nella filosofia poco prima descritta e finisce che poi si laurea anche gente che in realtà non sa niente o non gli frega poi molto di quello che ha studiato.
Il peggio viene quando hanno un lavoro e uno stipendio più ambiti dove magari non fanno niente, o comunque niente in relazione a ciò che hanno studiato e che potrebbe svolgere chiunque altro.

Tolti altri fattori per l’appunto come l’estremo buonismo e via dicendo sui quali faremo ancora altre eventuali discussioni, il punto cruciale è il fatto che gli insegnanti stessi si ritrovano a dover proporre una strategia in cui “ti memorizzi quel che devi e poi sei a posto”.
Ma che senso ha?
A imparare le cose a pappagallo, si sa, son quasi buoni tutti!
Bisognerebbe che ogni esame, ogni materia avesse una parte in cui i concetti devono essere applicati, ma non in semplici esercizi o spazi vuoti relativi a domande che ti chiedono nient’altro che ripetere il paragrafo X.
Qualcosa che comprende il fatto che tu abbia capito che cosa stai studiando e lo applichi nell’ambito in cui ti stai laureando.
Non solo nell’eventuale tesi, che spesso comunque, anche essa, non è che sia proprio coerente con questo discorso, ma per tutti gli esami universitari.

Questo probabilmente necessita di più tempo, più organizzazione, più persone, più soldi e si torna magari al fatto che si dovrebbe semplicemente impiegare più risorse in qualcosa di fondamentale come l’istruzione.

Questo mondo, questo sistema, ancora nell’ormai quasi 2010, comprende ancora una infinita dose di stupidità nella quale bene o male in modo del tutto egoistico, la maggior parte della gente si arrende ad uno schema sempre uguale, in cui vive e in cui pochi, una volta sistemate le solite cose del giorno, pensano realmente a come migliorare le cose.